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  • Mariangela Lavaia

Amatka, Karin Tidbeck

La linguistica insegna che ogni lingua organizza e designa in modo diverso la realtà che ci circonda. Strettamente legato all'organizzazione societaria del popolo che quella lingua utilizza. Classico esempio è quello degli eschimesi che possiedono un ricco lessico per la neve e il ghiaccio, evidentemente essenziale nella loro quotidianità. La storia della lingua ci racconta che questa muta: si arricchisce di nuovo lessico di pari passo con le novità materiali e culturali, perdendone una parte che decade assieme ai referenti ormai obsoleti o risemantizzandola. In italiano la parola alieno viene a significare extraterrestre solo nel secondo Novecento; le nuove declinazioni femminili di termini quali sindaco, avvocato, assessore ecc, risultano oggi abbastanza accettate perché, diversamente dal passato, molte donne ricoprono quei ruoli. E se la lingua venisse congelata, come guarderemmo il mondo? Come lo penseremmo? «La lingua è viable», scrive Tullio De Mauro nella Prefazione al Corso di linguistica generale di De Saussure. È vitale, capace di vita. Si muove. Ed è ontologicamente sociale, non solo in quanto atta alla comunicazione, ma perché, essendo estremamente arbitraria su ogni piano, ha bisogno del consenso dei suoi parlanti per funzionare.


Amatka entra nella cinquina di Modus Legendi 2020, iniziativa che mira a portare in classifica nazionale testi meno forti commercialmente ma con alto livello qualitativo. Pubblicato nel 2012, è edito in Italia nel 2017 da Safarà Editore. Tradotto da Cristina Pascotto, ha uno stile semplice, come pure il lessico, specchio del mondo che narra privato della varietà di registri, delle sfumature, della creatività. Ma non piatto; opaco sì.


L'autrice svedese, Karin Tidbeck, mette in scena, estremizzando e romanzando, proprio i meccanismi linguistici a sottolinearne la potenza tutta umana.


Amatka è la Colonia Quattro del nuovo mondo. Un mondo perfetto, non geolocalizzato, che ha bisogno di essere nominato e contrassegnato, «marcato», per far sì che la sua realtà resti toccabile e praticabile e non si disciolga. Una materia instabile che ha bisogno di cura e dedizione continua. Vanja, abitante della Colonia Uno Essre, viene inviata ad Amatka per indagini sulle abitudini igieniche degli abitanti. La vita è scandita e coperta da una coltre di freddo che esige più strati di vestiti e permette poco movimento. Il paesaggio intorno è quello della tundra. La Canzone della Marcatura − «Marchiamo tutte le cose che amiamo» − e la Canzone del Pioniere, assieme alle storie dei primi coloni, educano i bambini al regime necessario a mantenere l'ordine e il quotidiano. Fin da subito allertati della gravità delle infrazioni: proprio Vanja è stata redarguita da piccola, innocentemente colpevole, ma soprattutto vi è l'esempio, ancora vivido per molti, della Colonia Cinque, andata distrutta. E ancora, l'appellativo di traditori per chi distrugge quanto è stato costruito con enorme sacrificio.


La lingua e la realtà vengono tenute in vita oralmente e graficamente apponendo su ogni oggetto la sua nomenclatura attraverso un'etichetta: s'impara prima a parlare e poi a scrivere. L'oralità è facilmente soggetta al mutamento, per cui ha bisogno del supporto della scrittura per fissarsi ed essere meno equivocabile. Entrambe rafforzano la realtà calata su Amatka. Entrambe rammentano la paura di un ritorno al vecchio mondo imperfetto o di un non futuro: nessuno lo sa. Ma questo tipo di nuova società che acconsente sì alla propria lingua, che rinnova in ogni momento la propria fede nel nuovo mondo, parlando e scrivendo, quindi tenendo quella viva, è viva essa stessa? Chiusa e sospettosa delle novità, non pone e non si pone domande sul perché, sul dove si trovino, sulle stranezze che accadono, con la fiducia cieca di chi prende per oro colato una realtà data, avendo paura che la stabilità faccia posto a una precarietà totale che si annuncia sotto forma di poltiglia tossica da smaltire velocemente... «gli oggetti decadono in una poltiglia tossica se il loro nome non viene scritto e pronunciato con prefissata frequenza (...) un mondo minacciato dalla disgregazione richiede volontà e disciplina.»


C'è però chi sotterraneamente e sottovoce dà forma ai propri pensieri e alle proprie insofferenze: li libera sperimentando e sperimentandosi. A capo della rivoluzione una poetessa. La poetessa Anna di Berols. Eppure la società amatkiana è solidale, ossessivamente attenta alla collettività, ai bisogni di tutti: il comitato centrale permette di cambiare lavoro, di scegliere liberamente con chi avere rapporti, ci sono centri ricreativi per ogni età, ognuno ha tessere per acquistare quello che vuole, nella Casa dei Bambini questi crescono tutti insieme giocando, e una biblioteca permette di leggere di tutto, anche testi potenzialmente sovversivi come le raccolte poetiche. Nella colonia è obbligatorio prendersi cura degli altri, assicurarsi giorno per giorno che i propri coinquilini stiano bene e i lavori quotidiani sono equamente suddivisi. Non esiste la pena di morte.


Pare un'utopia, quella socialista (alla quale l'autrice svedese si è ispirata), ma leggendo il libro non si vorrebbe essere lì: un'utopia può far paura se non è quello che si desidera, se si è guidati a mantenerla, nonostante sia il popolo a decidere democraticamente e si possa cambiare quando si vuole. Qui è davvero la maggioranza a comandare, ma privata dell'immaginazione linguistica. Quindi questo testo può classificarsi come distopico? Un distopico cosiddetto «gentile»? L'utopia non dovrebbe attuarsi, serve a camminare, a perfezionarsi sempre un po' di più; la perfezione − esiste? − appare terribile perché elimina il movimento proprio della vita, l'imprevisto, e la caratteristica che ci accomuna tutte e tutti, la diversità. Aprirsi alla possibilità di diventare altro o di provare a vivere tra le macerie del vecchio mondo oppure soccombere.


Quanto mai attuale, questo testo instilla numerose domande e fa sorgere continui dubbi: di certo non una lettura di conforto.


Dove sta il giusto e dove lo sbagliato? Queste categorie mentali sono altresì reali? O semplicemente servono da orientamento nel continuum vitale in cui siamo immersi? Tidbeck, partendo dai suoi sogni e dallo spirito socialista degli anni ’70, mostra la necessità dei compromessi, l'assurdità di ogni imposizione seppur mossa da buoni propositi, l'estrema difficoltà di realizzare una società giusta, l'inappropriatezza del governo democratico (nonostante pare sia il migliore a nostra disposizione). La nostra migliore arma rimane il linguaggio, specchio di ciò che siamo e di come guardiamo, lo strumento umano gentile di relazione e disobbedienza perché a tutti interno e che ci permette di pensare, immaginare e sognare anche quando fuori nulla vale la pena e la nostra realtà pare sgretolarsi.