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  • Edoardo Sanzovo

Alla scoperta dell’alfabeto malerbiano

«Le parole durano più delle cose» scrive Luigi Malerba in un suo racconto intitolato Descrizioni. E, nel malaugurato caso in cui al lettore più disattento l’apoftegma fosse sfuggito, Malerba lo ripete in un racconto successivo intitolato Enciclopedia (che poi altro non è che un ironico plagio del racconto precedente). A testimonianza della validità della frase di Malerba, nel 2020 è uscita presso Mondadori una raccolta che riunisce per la prima volta tutti i suoi racconti in un unico volume. L’edizione è curata da Gino Ruozzi, la cui ottima introduzione, intessendo un fitto dialogo con altri grandi intellettuali del Novecento italiano, tratteggia con eleganza il Malerba autore non solo di racconti, ma anche di romanzi, film, sceneggiature e libri per i più piccoli (o meglio, libri anfibi come li definiva il suo autore).


In Tutti i racconti si ritrovano le sei raccolte di racconti di Malerba già pubblicate singolarmente dall’autore nel corso di più di quarant’anni di fervente attività letteraria: a partire da La scoperta dell’alfabeto, suo libro d’esordio (1963), fino ad arrivare a Sull’orlo del cratere, raccolta postuma pubblicata nel 2018, le oltre 700 pagine che compongono l’opera seguono non soltanto il percorso evolutivo tematico e stilistico dell’autore, ma anche quello tormentato e arduo dell’Italia dal dopoguerra fino all’inizio degli anni Duemila. Perché se nel libro d’esordio l’ambientazione è quella dell’Emilia contadina (sul cui sfondo aleggia l’ombra della Seconda guerra mondiale) e la città, l’Europa e gli Stati Uniti, pur essendo menzionati, sono sempre visti come mondi lontani ed estranei, già a partire dalla terza raccolta, pubblicata nel 1979 e intitolata Dopo il pescecane, Malerba comincia a declinare temi a lui cari (dall’ambientalismo ai rapporti familiari, passando per la corruzione della classe politica, il lavoro e la burocrazia) nel mondo cittadino della borghesia italiana.


A cambiare, con l’ingresso della narrativa malerbiana nell’universo borghese, è anche il punto di vista: le prime due raccolte, La scoperta dell’alfabeto e Le rose imperiali (1974), sono scritte in terza persona, forse anche per sottolineare uno scarto maggiore dell’autore rispetto alle più distanti ambientazioni prescelte (rispettivamente quella contadina degli anni della guerra e la Cina del primo imperatore Che Huang-Ti); mentre le successive raccolte, Dopo il pescecane, Testa d’argento (1988), Ti saluto filosofia (2004) e Sull’orlo del cratere, vedono una netta prevalenza della prima persona, la stessa scelta da Malerba in gran parte dei suoi romanzi.


Certo, la narrazione autodiegetica dei personaggi di questi racconti si discosta dalla peculiare voce narrativa dei protagonisti dei primi romanzi: dal commerciante di francobolli del Serpente (1966), passando per Giuseppe detto Giuseppe del Salto mortale (1968) fino ad arrivare al membro di Capoccia del Protagonista (1971), i primi io parlanti dell’autore di Berceto si caratterizzavano soprattutto per una lingua originale e indifferente alle convenzionali regole grammaticali.


La prosa dei racconti di Malerba è invece meno sperimentale, ma non è difficile scorgere la singolarità del tratto malerbiano nei ritratti psicologici dei suoi personaggi: siano essi contadini, sudditi dell’Impero cinese o borghesi dell’Italia degli anni Ottanta e Novanta, i protagonisti dei racconti di Malerba si contraddistinguono per la loro perenne condizione d’incompresi, per le loro piccole manie, le loro singolari paranoie, a partire dalle quali, in un crescendo di situazioni paradossali, la narrazione arriva ad assumere le caratteristiche dell’assurdo. Sono personaggi in conflitto con la realtà che abitano, la cui mente, scoperchiataci dalla penna introspettiva di Malerba, fatica ad adattarsi alle convenzioni borghesi; ciò è chiaro fin dal primo racconto della prima raccolta: il contadino Ambanelli, protagonista del racconto eponimo della Scoperta dell’alfabeto, vuole imparare l’alfabeto, ma, nell’accostarsi alla materia, non si capacita del perché la lettera A vada prima della B e prima della C e così via, «queste cose le ha inventate della gente che aveva tempo da perdere» dice, constatando come, pur cambiando l’ordine imposto dalla convenzione alfabetica, l’essenza delle lettere resti intatta. È una piccola rivoluzione quella di Ambanelli, un sovvertimento delle regole della lingua come sovvertimento degli strumenti di potere. Ed è tutta volta alla rivelazione delle prassi su cui si fonda il dominio del Potere la letteratura di Malerba: sia essa ambientata in un Medioevo sgangherato e affamato come nel romanzo Il pataffio (1978) oppure in un matrimonio borghese che si regge interamente su un tacito accordo di simulata sincerità tra marito e moglie come nei Fantasmi romani (2006).


Attraverso l’inaffidabilità dei suoi narratori, Malerba in questi racconti rappresenta con ironia la sventurata condizione dell’uomo sulla terra, ponendo l’attenzione su personaggi nevrotici, soli perché incompresi, a tratti comici e a tratti inquietanti nel loro elevare all’assurdo piccole convinzioni irrazionali: un marito si dice femminista, e crede fortemente di esserlo, ma in realtà picchia la moglie; un uomo tradisce la moglie per salvare il proprio matrimonio; il protagonista del Pilota, convinto del fatto che la terra si muova senza pilota nella vastità dello spazio, per evitare incidenti con asteroidi, stelle e quant’altro, si mette al timone del pianeta dal centro della sua stanza e sposta tutti i mobili verso il lato destro della casa quando deve curvare a destra, viceversa a sinistra quando deve svoltare a sinistra, portando gli inquilini del piano di sotto a lamentarsi dei rumori («sarebbe inutile spiegare a questi inquilini della villetta dove abito, tutta gente grossolana e ignorante, che io non lavoro solo per me stesso, ma per tutti gli uomini» dice sconcertato dalla serenità con cui il resto del mondo conduce la propria vita). Come ha scritto Daniele Benati, i personaggi di Malerba si trasformano nell’opposto di ciò che vanamente cercano di convincere il lettore di essere e proprio in questa incongruenza tra propositi e realtà sta la forza della prima persona utilizzata dall’autore, che avrà accantonato l’inventiva linguistica presente nei romanzi, ma ha mantenuto una discreta premura nella costruzione della profondità psicologica dei suoi protagonisti.


A questi personaggi inaffidabili si aggiungono quelli che patiscono le sofferenze provocate dal mondo del lavoro, sia esso quello alla corte dell’imperatore Che Huang-Ti (che puntualmente decapita tutti i suoi sudditi protagonisti dei racconti), quello faticoso della terra contadina o quello della società capitalista: un caposervizio Rai lavora talmente tanto da non aver più il tempo di farsi una risata, certi giorni si sente scoppiare al punto da avere la sensazione di essere una bomba…


Insomma, nell’indagine dell’animo umano del Malerba narratore di racconti si segue un percorso che porta dal mondo contadino al difficile scontro con la tecnologia (il protagonista della Mia donna ideale fatica a comprendere il funzionamento della posta elettronica) e nel farlo s’intraprende anche un viaggio attraverso alcune tendenze letterarie della seconda metà del Novecento: dai contadini della Scoperta dell’alfabeto opposti a una letteratura che negli anni Sessanta è prevalentemente di ambientazione industriale (eccezion fatta per i romanzi sulla lotta partigiana scritti dai vari Fenoglio, Meneghello, Cassola); passando per la Cina medievale delle Rose imperiali, che ben s’inserisce nella ricerca di una certa letteratura degli anni Settanta − che va dai saggi di Camporesi al teatro di Porta fino all’esordio narrativo di Eco − di una risposta al torbido presente degli anni di piombo tramite tuffi in passati dai connotati medievaleggianti; per poi addentrarsi, verso la fine del secolo, nel rapporto con la realtà dell’Italia borghese, televisiva e corrotta. Ciononostante però, questo volumone malerbiano non è da leggere obbligatoriamente seguendo l’ordine prescelto dall’autore (a eccezione delle prime due raccolte, le restanti quattro altro non sono che una selezione, attuata da Malerba stesso, dei racconti da lui pubblicati su riviste e quotidiani nel corso della sua attività letteraria), ma, come fa Ambanelli con l’alfabeto, se ne può invertire l’ordine e così passare da un racconto ambientato in una scuola del 4891 a uno in un ospedale degli anni Ottanta, passando poi nella Cina di Che Huang-Ti o nell’Emilia degli anni della guerra: il lettore è libero di scoprire l’alfabeto di Malerba nel modo che preferisce.