Cerca
  • Micol Mei

Alfabeto Pasolini, Marco Antonio Bazzocchi

Alfabeto Pasolini edito da Carocci editore, è uno strumento essenziale per potersi orientare nella fitta giungla di contenuti che Pier Paolo Pasolini ha portato alla luce nella sua breve ma incredibilmente intensa attività di pensatore.

Marco Antonio Bazzocchi, tesse una tela sapientemente tesa, che sebbene sia strutturata in voci che conducono il lettore in territori differenti a ogni nuova parola oggetto di analisi, cattura e rapisce perché assolutamente padrona del suo svolgimento complessivo, che si dipana con logica essenzialità, ricca di contenuto e colma di significato.

Più volte mi sono trovata a fermarmi a riflettere mentre scorrevo il vocabolario di Pasolini, perché l'autore è stato capace di realizzare una ricerca così particolareggiata e sentita da colpire il fruitore, stimolato sempre da nuovi collegamenti, nuovi input e nuove prospettive sull'opera di Pasolini.


Questo testo funge da vera e propria bussola nella sconfinata poetica pasoliniana, dando direzione e collocando ogni elemento nel posto giusto. Alfabeto Pasolini va letto e riletto, sottolineato e tenuto accanto ogni qualvolta ci si approccia a Pasolini, che si tratti di critica, cinema, prosa o poesia.

Ci sono alcune voci che mi hanno colpita per la loro potenza e la loro scrittura esaustiva e centrale nel processo di inquadramento dell'opera pasoliniana.

Innanzi tutto la sezione che chiarisce egregiamente la tecnica narrativa di Pasolini con dimestichezza e copiosi riferimenti è la voce Amado mio/Atti impuri, ovvero la prima produzione di prosa diaristica pasoliniana, dove viene menzionata l’arte del pastiche e della stonatura, atte a rendere la deformazione temporale. Questa alternanza di melodia e cacofonia si concretizza nel pastiche, ispirato dalla figura dell'usignolo che fa da simbolo alla prima fase autoriale di Pasolini.

Un'altra dicotomia fondamentale per Pasolini è quella formata tra Bologna e Casarsa. Qui l'autore non si ferma a fornire dati bibliografici ma esegue un intelligente approfondimento su cosa rappresentino questi luoghi per Pasolini.


Casarsa è notoriamente la memoria materna per Pier Paolo, il luogo dove rifugiarsi, dove compone le celeberrime Poesie a Casarsa. Qui avviene qualcosa che certamente Pasolini riterrebbe miracoloso: la trasformazione di una lingua parlata resa scritta per la prima volta, il friulano, la lingua dell'interiorità, alla quale sovrapporrà ulteriori filtri culturali derivati dai suoi interessi e studi del tempo. Un procedimento tipicamente manierista, dunque, come il suo cinema verrà in seguito consacrato con le sue ascendenze figurative. È indubbio che nell'utilizzo di questa terminologia emerga un armamentario pascoliano essenziale.


Una parola appena pronunciata suona già come aliena, in quanto si sente che è stata tradotta da una lingua intraducibile, puramente interiore: ma quella stessa parola si porta dentro un nucleo sonoro che costituisce l'unico legame possibile con la lingua intraducibile e originaria. Bazzocchi M.A, Alfabeto Pasolini, Carocci, Roma, 2022, p. 53

Se Casarsa rappresenta la semplicità delle parole udite da un giovane contadino per strada, Bologna invece incarna l'iniziazione intellettuale di Pasolini. Tanto quanto Casarsa equivale alla madre, Bologna assume la figura paterna. In Poeta delle Ceneri Pier Paolo esordisce con: «Sono uno/ che è nato in una città piena di portici nel 1922».


Bologna rappresenta la sapienza, l'intelletto, la curiosità per nuove idee. Sotto il portico definito della morte Pasolini andava a comprare i libri usati nei banchetti e li si forma culturalmente con le edizioni Salani, Novalis, Coleridge e Dostoevskij. Arriverà a connotare il luogo di riferimenti funebri, trovandolo cambiato, impoverito, privo di quei poeti indecifrabili che avevano dipinto la sua crescita personale. Come rimarca giustamente l'autore, Bologna esprime anche una frattura fra passato e presente. Se il senso di perdita del contesto dei primi anni a Casarsa fu un colpo pesante per Pasolini, Bologna esaspera questo suo avvertire un drastico cambiamento e abbrutimento in un’impossibilità esistenziale.


Un'altra voce contenuta nel libro e fondamentale per comprendere Pasolini è sicuramente il termine borghesia. Bazzocchi sottolinea come per Pier Paolo la borghesia non incarni solamente una classe sociale ma una vera e propria forma di vita, un modello di comportamento, inconfrontabile e con cui non può che stabilirsi un rapporto polemico. Nonostante Pasolini provenga lui stesso dalla piccola borghesia, quando scopre l'esistenza del mondo contadino friulano realizza che esiste un altro possibile modo di esistere. Sebbene lo stesso lavoro intellettuale si inserisca in un contesto borghese per forza di cose, Pasolini ne individua la pericolosità nella distruzione antropologica fondata sull'omologazione, la cultura di massa, il consumismo.


Nel testo sono presenti anche molti incroci di grande interesse tra Pasolini e gli intellettuali del suo tempo. Specialmente riguardante Italo Calvino, sezione in cui si contrappone le rispettive critiche e recensioni sul lavoro l'uno dell'altro, lo straordinario dibattito su quale sia l'italiano più appropriato da adottare, in cui ovviamente Pasolini prende le difese del valore specifico e unico del dialetto mentre Calvino predilige un italiano moderno come lingua strumentale. Viene anche spiegata la contrapposizione tra narrazione e lirismo che divide i due grandissimi autori del '900 italiano.


Non mancano voci divertenti e molto originali come quella dedicata ai capelli. Il modo in cui Pasolini differenzia la descrizione dei capelli dei suoi protagonisti indica moltissimo su chi siano essi come personaggi. Gli Scritti Corsari si aprono con il famoso Discorso dei capelli, in cui vengono contrapposti tagli diversi per connotare i giovani contestatori e i giovani destrorsi dell'epoca. I cosiddetti capelloni, figli del 1968, inizialmente sembrano visivamente distinguersi per poi cadere nel meccanismo consumista che li trasforma da rivoluzionari e di rottura rispetto a un canone precedente in rappresentanti del linguaggio delle cose della televisione.

Nel libro è presente un'attenzione particolare anche all'attività cinematografica di Pasolini. Anche in questa istanza l'approfondimento è viscerale, profondo e totalmente soddisfacente, perché non si limita a raccontare al lettore il lavoro di Pasolini regista ma indaga le motivazioni dietro questa nuova scelta di espressività artistica.


Se la lingua parlata o scritta, è un sistema di segni simbolico e convenzionale, il cinema è un sistema non simbolico e non convenzionale: esprime la realtà attraverso la realtà stessa. Bazzocchi M.A, Alfabeto Pasolini, Carocci, Roma, 2022, p. 53

Come interpreta Bazzocchi, il cineasta crea una lingua e poi la rende capace di significare. Dal 1965 Pasolini teorizzerà il cinema di poesia, misto di sacralità e tecnica, dotato di un carattere concreto e onirico assieme. Il film ha la capacità di dare significato alla vita dell'uomo perché come fa la morte, chiude un cerchio e grazie al montaggio seleziona ciò che è stato rilevante nella esistenza dello stesso, rende un presente incerto un passato certo. Montaggio e morte differenziano film e cinema.


Le osservazioni contenute in Alfabeto Pasolini sono illuminanti e costituiscono un manuale di informazioni inesauribili sull'arte di Pier Paolo Pasolini. Il libro è da considerare un aiuto per chi si appresta a studiare l'opera pasoliniana ma anche un manuale per chi già la conosce e vorrebbe fornirsi di mezzi in più per decifrare un autore che, anche grazie alla lettura di questo testo, risulta il più complesso, ricco, enigmatico e stratificato genio italiano.