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  • Raffaella Anna Indaco

Adorazione, intervista ad Alice Urciuolo

Adorazione, edito 66thand2nd, è il romanzo d'esordio di Alice Urciuolo. Una lettura coinvolgente, un libro che ho letteralmente divorato in pochissimo tempo e che mi ha lasciata con molti interrogativi e curiosità.


Urciuolo è una penna originale che sicuramente farà parlare molto di sé anche in futuro. Il suo è un romanzo di trasformazione che trasforma anche il lettore che si identifica nei personaggi e nelle ambientazioni, entra nelle storie, nelle scene e nelle dinamiche narrate. A tal proposito ho chiacchierato con Alice che ha risposto alle mie domande.


Cominciamo dal titolo Adorazione. Tante sfaccettature di questa parola declinata in comportamenti e atteggiamenti dei personaggi. Da dove nasce questa scelta?

Adorazione è una parola che ricorre molto nel romanzo, o meglio, è un verbo: Giorgio adora sua sorella Vera, Vera adora suo fratello Giorgio, i genitori di Vanessa adorano loro figlia, Diana odia e poi adora la sua voglia. Ma l’odio e l’adorazione, in questo caso, sono due facce della stessa medaglia. Mi interessava proprio l’ambivalenza di questa parola, perché il sentimento di amore, dedizione e devozione che sta ad indicare può trasformarsi facilmente in ossessione, in desiderio di possesso, in una gabbia. I personaggi del mio romanzo si ritrovano a fare i conti con tutti questi sentimenti, e quando a un certo punto questa parola è emersa in mezzo alle altre ho subito capito che sarebbe stata il titolo del romanzo.

Come è nato il romanzo? Chi hai immaginato come destinatario/lettore di Adorazione?

Il romanzo è nato passo dopo passo, sono partita da pochi personaggi, poche scene, e da lì è stato un continuo scavare fino ad arrivare al cuore di quello che volevo raccontare. Ho messo a fuoco i personaggi, i loro conflitti, i temi di cui volevo parlare: l’amore, il potere, il possesso. I destinatari, invece, sono qualcosa a cui non ho mai pensato. Nella mia mente non stavo scrivendo per un tipo di pubblico in particolare. Pensavo ad Adorazione come a un romanzo per qualsiasi lettore, indifferentemente dal genere e dall’età.

Il romanzo ruota intorno a un omicidio, eppure questo evento traumatico viene taciuto dai personaggi, poco discusso. Perché questa scelta?

Elena, la ragazza di 17 anni che un anno prima dell’inizio della storia è stata uccisa dal suo fidanzato Enrico. Un personaggio che si può conoscere solo grazie ai ricordi di chi è rimasto in vita, ricordi spesso contraddittori, confusi. Ognuno dei personaggi ha la propria idea di Elena, ognuno ha avuto con lei un rapporto preciso, diverso dagli altri, e ognuno si interroga ed elabora - o non elabora - la sua morte in maniera personale. In Adorazione io non volevo raccontare la storia di Elena e di Enrico, volevo invece raccontare come tutti i personaggi scoprono che la storia di Elena e di Enrico li riguarda. Come tutti si scoprono, pur con le dovute differenze, simili ad Elena o simili ad Enrico. Perché la storia di Elena e di Enrico non è un caso eccezionale, qualcosa di malato, abnorme, che non ci riguarda. È una possibile conseguenza di uno specifico modello di società in cui tutti questi personaggi si ritrovano a vivere.

Avevi un obiettivo preciso quando hai deciso di scrivere Adorazione? Hai raggiunto questo obiettivo o è cambiato?

Quando ho iniziato a scrivere Adorazione mi chiedevo semplicemente se ce l’avrei fatta. Non avevo mai scritto un romanzo, come scrittrice mi ero solo cimentata nei racconti. Finirlo è stata una delle emozioni più grandi della mia vita, ma chiaramente come scrittrice non si finisce mai di crescere e di imparare.

Hai ambientato Adorazione in luoghi a te familiari, questo ha facilitato la scrittura? Allo stesso tempo hai messo in luce aspetti negativi della realtà provinciale, ti sei sentita in difficoltà per questo? Quanto è stato importante per te dare voce a una realtà di provincia?

Sono nata e cresciuta nella provincia di Latina. Il fatto che conoscessi questi luoghi così a fondo ha reso allo stesso tempo più facile e meno facile la scrittura. Più facile perché ne avevo un’esperienza diretta, più difficile perché nel raccontarne le contraddizioni e le ombre sono andata a toccare dei punti delicati. Ma non mi sono mai sentita in difficoltà, spero che si senta con quanta partecipazione e vicinanza emotiva io abbia raccontato di questi luoghi, di questi personaggi.

Non è semplice parlare di toxic relationship, di mascolinità tossica, eppure sei riuscita a trattare questi temi e a inserirli coerentemente nel romanzo. Se ci sono state, quali difficoltà hai riscontrato nel trattare questi temi?

Scrivere dal punto di vista dei ragazzi è stata una delle cose più interessanti. Uscire da me stessa, dal punto di vista di Diana, Vera e Vanessa, mettermi nei panni di Giorgio, di Christian. Credo, come dico spesso, che come le ragazze anche i ragazzi siano costretti a fare i conti con un codice comportamentale imposto alla nascita. Un codice che, nel loro caso, dice loro di “fare l’uomo”, di essere maschio a tutti i costi, un codice di cui Giorgio e Christian percepiscono tutti i limiti e al quale però non trovano esempi alternativi. La difficoltà che ho riscontrato è stata spesso emotiva, per i tanti sentimenti contrastanti che provano nel descrivere scene come quella tra Giorgio e Melissa alla casetta.

Oltre ai personaggi fisici, ciò che emerge da quello che scrivi in Adorazione è un ulteriore personaggio che è la provincia stessa. È così? Quanto credi che questo elemento possa influenzare la vita dei protagonisti? Partendo dal presupposto che «si è sempre la provincia di qualcun altro» credi che le vite dei protagonisti sarebbero state diverse se avessi ambientato le loro storie in una grande città?

Scegliere di ambientare Adorazione proprio in quei luoghi è stata dapprima una scelta di pancia, poi è diventata sempre di più una scelta tematica. Parlare di patriarcato, di violenza di genere e di dinamiche di potere tra uomini e donne nei luoghi che ancora riportano i segni del passato fascista della nostra nazione acquistava un significato più profondo per me. E sì, la provincia ha man mano assunto il ruolo di un vero e proprio personaggio. Perché le sue dinamiche e le sue regole sono alcune delle cose che determinano le paure e i desideri di questi personaggi. Quindi sì, sono sicura che se i personaggi di Adorazione fossero nati in una grande città avrebbero avuto dei problemi in parte diversi, nella misura in cui l’orizzonte delle cose che si può avere e l’esperienza di vita che si può fare in un piccolo paesino sono diversi da quelli che si possono avere e fare in una grande città - che sarà comunque la provincia di una città più grande.

Credo che Adorazione sia un romanzo di trasformazione, tutti i personaggi in un modo o nell'altro crescono, mutano, sembrano volersi staccare dalle dinamiche stabilite dalla società. È così? Come mai la scelta di un finale aperto?

Sì, è così, e ho scelto un finale aperto proprio per il fatto che quando penso ad Adorazione penso più a un romanzo di trasformazione che a un romanzo di formazione. I personaggi non hanno assunto una forma definitiva alla fine della storia, molti di loro non hanno capito molte più cose rispetto a prima. Io racconto semplicemente quello che succede in quell’estate particolare, la prima che li proietta tutti quanti verso l’età adulta. Ma alla fine del romanzo questi personaggi sono ancora in trasformazione, sono ancora in cammino.

Credi di aver contribuito a fornire un punto di vista diverso sulla generazione Z da parte degli adulti?

Questo lo possono dire solo gli adulti che hanno letto Adorazione! Alcuni di loro mi hanno scritto proprio questa cosa, altri mi hanno scritto che hanno rivissuto la loro adolescenza, altri ancora che si sono immedesimati nei personaggi nonostante la distanza anagrafica.

Sei anche sceneggiatrice, quanto questa forma di scrittura, con struttura e strumenti è simile alla scrittura del romanzo?

Dipende da che tipo di romanzo si vuole fare. Adorazione è un romanzo con una forte trama e con un’attenzione particolare per i dialoghi, e di certo io avevo già avuto modo di confrontarmi con entrambe le cose nel mio lavoro di sceneggiatrice.

Sei stata inserita, da D di Repubblica, nella classifica delle 50 donne più influenti del 2020. Cosa ha significato per te questa menzione?

Mi sono sentita incredula e onorata, le cinquanta donne che facevano parte di quella lista erano persone incredibili, alcune non le conoscevo, altre sì e le stimavo e le seguivo già. Anche se il 2020 è stato un anno durissimo, è stato molto bello vedermi in quella lista.

Ci sono progetti futuri in ambito letterario e/o cinematografico?

Sì, entrambi! Ancora non posso rivelare niente, ma spero che molto presto potrò dire qualcosa di più.